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of Canon Law
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Jurisprudence of the Apostolic Signatura in contentious-administrative cases
 
 

Supreme Tribunal of the Apostolic Signatura
Decretum definitivum of 10.07.1999, Prot. N. 27338/96 CA


Petitioner Rev.dus X
Respondent Congregatio pro Clericis
Object Praecepti redeundi in propriam diocesesim cum comminatione suspensionis latae sententiae; excardinationis-incardinationis
coram Davino
Content Decretum Congressus reformandum non esse.
Notes Cf. L’attività della Santa Sede 1999, pp. 937-938.
Cf. etiam prot. n. 27338-A/96 CA.
Cf. etiam prot. n. 25250/94 CA.
Sources 
?
Legenda
 
Canons of the Code 1983
All the canons that are found in the in iure and in the in facto part of the decisions are reported in the sources.
The canons that constitute the main object of the decision or on which the decision sets out a principle of interpretation are reported in bold.
The canons of the 1983 Code are shown in italics:
- if they do not appear in the text of the decision but if the decision deals with them;
- if they correspond to canons of the 1917 Code, of which the decision (prior to 1983) deals.

Other sources
All the sources that are found in the in iure and in the in facto part of the decisions are reported.
CIC cann. 76; 78; 265; 267 § 1; 269; 271 §§ 2-3; 278 § 1; 278 § 3; 281 §§ 1-2; 283 § 1; 285 § 4; 331; 333 § 1; 360; 381 § 1; 392 § 1; 1319; 1333 § 1, nn. 1-2; 1336 § 1, n. 1; 1341; 1353; 1718 § 1, n. 1; 1720; 1721
Presbyterorum Ordinis 1; 4; 7;  
Pastor bonus Art. 1; Art. 93; Art. 95
Legal Summary
1. Sedulo distinguendum est inter decisionem et motiva adducta: etiamsi error irrepserit in expositione facti speciei vel in motivis, ipsa decisio nihilominus iusta et legitima esse potest.
2. Recursu ad Collegium instituto, per se tantum videndum est de violationibus legis a Patrono adductis (quibus respondit impugnatum decretum Congressus); aequitatis autem causa etiam ratio haberi potest de aliis violationibus legis post impugnatum Congressus decretum allatis.
3. Excardinatione concessa ad incardinationem in dioecesi A, decretum excardinationis in ordine ab obtinendam incardinationem in dioecesi B deest, quae proinde ad normam can. 267, § 1 invalida habenda est.
4. Minime confundendum est privilegium eiusque naturam perpetuam (cf. cann. 76 et 78) cum licentia seu permissione ad tempus indeterminatum data.
5. Gratis asseritur licentiam residendi extra dioecesim revocari non posse iure defensionis neglecto, quasi Superior non possit ob iustam causam unilateraliter revocare licentiam (cf. can. 271, § 3), salva utique facultate recurrendi ad normam iuris.
6. Admittere quod legitime haberi possint clerici qui, etsi formaliter incardinati, de facto sese servitio Ecclesiae sub ductu et missione competentis Episcopi subtrahunt ut extra dioecesim incardinationis in loco a se selecto apostolatum privatum independenter ab ecclesiastica Auctoritate exercere possint, idem esset ac admittere quod in Ecclesia legitime haberi possent clerici etsi non formaliter, de facto tamen acephali.
7. Prohibitio de qua in can. 278, § 3 evidenter a fortiori valet, si clericorum participatio in actione consociationis impedit vel praecludit quominus ipsis munus in servitium Ecclesiae a competenti eiusdem auctoritate committi possit.
8. Congregatio pro Clericis agit nomine Summi Pontificis cum potestate ordinaria vicaria exsecutiva in quaestionibus quae disciplinam et vitam clericorum respiciunt et in exercendo munere sibi a Romano Pontifice commisso est superior hierarchicus Episcoporum. Qua de re eadem Congregatio vi muneris sui intervenire potest in quaestionibus quae disciplinam et vitam presbyterorum respiciunt, sive apud ipsos presbyteros sive apud Episcopos. Nam Congregatio sine ullo dubio Episcopos urgere potest ut rectam disciplinam in re servari curent et a decisionibus cum ea non congruentibus sese abstineant.
9. Recurrens in causa administrativa, ad normam iuris canonici et servatis servandis, expleto recursu hierarchico iure gaudet tam introducendi causam suam coram Signatura Apostolica quam recusandi aliquem eiusdem Iudicem in processu contentioso-administrativo coram eadem Signatura Apostolica.
10. Errat proinde qui relate ad recursum hierarchicum coram Congregatione Curiae Romanae invocat “ius ad tribunal impartiale”, quod ius plene servatur per facultatem instituendi ad normam iuris canonici processum contentiosum-administrativum coram Signatura Apostolica, dum Praelati eiusdem Congregationis in examine recursus hierarchici non exercent munus iudicis, sed proprie agunt tamquam Superiores, cum illa discretionalitate quae ad Superiorem pertinet et minime ad iudicem.
11. Absonum sane est ut quis tamquam causam excusantem ne oboediat condicionem invocare, quam ipse contra ius (attento etiam can. 285, § 4) assumpserat; inepte proinde invocatur principium “ad impossibile nemo tenetur”.
12. Nullo modo confundi potest praescriptum commorandi in certo territorio tamquam poenam pro delicto impositum et obligationem commorandi in dioecesi incardinationis vi can. 283, § 1 impositam, quae minime tamquam poena considerari potest, etiamsi agatur de obligatione, qua quis nunc gravatur (ex quo etiam sequitur quod recursus contra ipsa praecepta redeundi non habent vim suspensivam: cf. can. 1736 coll. cum can. 1353).
13. Can. 1720 agit de poena ferendae sententiae irroganda vel de poena latae sententiae declaranda (cf. can. 1718 § 1, n. 1), non autem de poena latae sententiae per praeceptum comminanda (cf. ad rem can. 1319).
14. Can. 1341 respicit poenam irrogandam vel declarandam, sed minime poenam latae sententiae comminandam.
1. Si deve accuratamente distinguere tra una decisione e i motivi addotti: anche se un errore è incorso nell’esposizione della fattispecie o nei motivi, nonostante questo la stessa decisione può essere giusta e legittima.
2. Istituito il ricorso al Collegio, si deve per sé vedere soltanto delle violazioni della legge addotte dal Patrono (alle quali risponde l’impugnato decreto del Congresso); tuttavia per equità si può tener conto anche delle altre violazioni della legge addotte dopo l’impugnato decreto del Congresso.
3. Se l’escardinazione è concessa in vista dell’incardinazione nella diocesi A, manca il decreto di escardinazione in vista dell’incardinazione nella diocesi B, che perciò a norma del can. 267, § 1 si deve ritenere invalida.
4. Non si deve confondere il privilegio e la sua natura perpetua (cf. cann. 76 et 78) con la licenza ossia il permesso dato a tempo indeterminato.
5. È affermazione gratuita che la licenza di risiedere fuori diocesi non possa essere revocata trascurando il diritto di difesa, come se il Superiore non possa per giusta causa revocare la licenza unilateralmente (cf. can. 271, § 3), salva ovviamente la facoltà di ricorrere a norma del diritto.
6. Ammettere che si possano avere legittimamente chierici che, benché formalmente incardinati, di fatto si sottraggono al servizio della Chiesa sotto la guida e la missione del vescovo competente per poter esercitare fuori diocesi in luogo da loro scelto un apostolato privato indipendente dall’autorità ecclesiastica, equivarrebbe ad ammettere se non formalmente, di fatto, che nella Chiesa possono esserci chierici acefali.
7. La proibizione di cui al can. 278, § 3 vale evidentemente a fortiori, se la partecipazione di chierici all’attività associativa impedisce o preclude che possa essere affidato loro un compito a servizio delle Chiesa da parte della competente autorità della medesima.
8. La Congregazione per il Clero agisce a nome del Summo Pontefice con potestà ordinaria vicaria esecutiva nelle questioni attengono alla disciplina e alla vita dei chierici e nell’esercizio del compito affidatole dal Romano Pontefice è superiore gerarchico dei vescovi. Per questo la medesima Congregazione in forza del suo compito può intervenire nelle questioni che attengono alla disciplina e alla vita dei presbiteri, sia presso gli stessi presbiteri sia presso i vescovi. Infatti la Congregazione può senza dubbio urgere i vescovi perché curino che sia osservata la retta disciplina in materia e perché si astengano da decisioni non consentanee alla stessa.
9. Chi ricorre in una causa amministrativa, a norma del diritto canonico e osservato ciò deve esserlo, finito il ricorso gerarchico gode del diritto tanto di introdurre la sua causa di fronte alla Segnatura Apostolica quanto di ricusare un giudice della stessa nel processo contenzioso amministrativo di fronte alla medesima Segnatura Apostolica.
10. Erra perciò chi per il ricorso gerarchico di fronte a una Congregazione della Curia Romana invoca il “diritto a un tribunale imparziale”, diritto che è pienamente osservato tramite la facoltà di istituire a norma del diritto il processo contenzioso amministrativo di fronte alla Segnatura Apostolica, mentre i Superiori della stessa Congregazione nell’esame del ricorso gerarchico non esercitano il compito di giudice, ma propriamente agiscono come Superiori, con quella discrezionalità che appartiene al Superiore e non al giudice.
11. È certamente contraddittorio che qualcuno come scusante alla sua disobbedienza invochi una condizione, che lui stesso ha provocato contro il diritto (con riguardo anche al can. 285, § 4); inutilmente perciò si invoca il principio “nessuno è tenuto all’impossibile”.
12. Non si può assolutamente confondere il prescritto di abitare in un certo territorio come pena imposta per un delitto e l’obbligo di abitare nella diocesi di incardinazione imposta in forza del can. 283, § 1, che non si può per nulla considerare una pena, anche se si tratta di un obbligo, di cui si è ora gravati (da ciò consegue anche che il ricorso contro le prescrizioni di ritornare non ha forza sospensiva: cf. can. 1736 collegato con il can. 1353).
13. Il can. 1720 tratta della pena da irrogare ferendae sententiae o della pena da dichiarare latae sententiae (cf. can. 1718 § 1, n. 1), non invece della pena latae sententiae da comminare con precetto (cf. al riguardo il can. 1319).
14. Il can. 1341 attiene alla pena da irrogare o da dichiarate, ma non alla pena latae sententiae da comminare.

Author of the legal summary (in Latin) and of the Italian version: © G. Paolo Montini