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Jurisprudence de la Signature Apostolique en matière contentieuse-administrative
 
 

Tribunal suprême de la Signature apostolique
Sententia definitiva du 22.06.2002, Prot. N. 30273/99 CA


Demandeur Rev.da X
Défendeur Congregatio pro Institutis vitae consecratae et Societatibus vitae apostolicae
Objet Dimissionis
coram Mussinghoff
Contenu Non constare de violatione legis in procedendo vel in decernendo.
Notes Cf. L’attività della Santa Sede 2002, p. 849.
Sources 
?
Legenda
 
Canons du Code de 1983
Tous les canons qui se trovent dans les parties in iure et in facto des décisions sont rapportés dans les sources.
On indique en gras les canons qui font l’objet principal de la décision ou sur lesquels la décision pose un principe d’interprétation.
On indique en italique les canons du Code de 1983 :
- qui n’apparaissent pas dans le texte de la décision mais qui sont traités dans la décision ;
- qui correspondent aux canons du Code de 1917, dont la décision, antérieure à 1983, traite.

Autres sources
Toutes les sources qui se trouvent dans les parties in iure et in facto des décisions sont rapportées.
CIC cann. 665 § 2; 686 § 3; 696 § 1; 1738
Arrêts
1. Ad sodalium dimissionem nullo loco requiritur ut ante proceduram dimissionis instituatur alia procedura, veluti “Due Process”, etsi iure proprio applicari potest pro solutione conflictuum in instituto religioso enatorum. Quae procedura pro conflictu in casu inter sororem et Superiorissam generalem et eius consilium invocari nequit, quia praeterea a decisione coetus arbitrorum datur recursus ad ipsam Moderatricem generalem et eius consilium.
2. Can. 697, n. 2 non statuit quomodo “plena facultas sese defendendi” exercenda sit, nec in casu lex propria Instituti normas praebet specificas. Ex natura rei, in casu dimissionis religiosi requiritur possibilitas concreta causas dimissionis cognoscendi – etiam per inspectionem actorum ex quibus eae iuridice comprobatae asseruntur – et eisdem respondendi, quae facultas legitime exercenda est, et non tantum ad proceduram impediendam. Ius defensionis enim diligenter exercendum est, attento quod lex statuit spatium temporis saltem quindecim dierum inter primam monitionem et alteram, necnon inter alteram monitionem et ulteriorem prosecutionem procedurae dimissionis. Non datur ius advocatum adhibendi hac in phasi procedurae, sed tantum in subsequenti recursu hierarchico (can. 1738).
3. Haud sustinetur ius defensionis violatum esse, cum recurrenti datum non sit exemplar actorum, ad quod nullum ius habet (in casu, sodali reapse data est concreta possibilitas acta inspiciendi, qua autem ipse usus non est). In examine recursus hierarchici non requiri contradictorium, sicut v.g. in processu iudiciali vel processu administrativo poenali.
4. Index praescriptorum servandorum sodali datus est occasione prioris monitionis. Saepe agitur de violationibus obligationum in se levibus, quae autem, simul sumptae, constituunt causam gravem pro dimissione, sc. habitualem neglectum obligationum vitae consecratae.
5. Morbus adesse possunt qui nonnullas difficultates secumferunt, quae condicio tamen non excusat ab obligationibus fundamentalibus vitae religiosae adimplendis (in casu, patet sodalem dimissum esse ob ea quae facere recusavit, non ob ea quae facere non poterat).
6. Illegitima absentia a domo redundare potest in inoboedientiam. Qua de causa nullius momenti est intentio in posterum forsitan “regrediendi in Instituto” vel etiam serotinum conamen ad domum religiosam revertendi, sine expressa intentione simul recedendi ab inoboedientia in omnibus.
7. Denegatio exclaustrationis causa dimissionem excusans esse nequit, cum ipse sodalis adversus decretum quo petitio exclaustrationis ad triennium reiecta fuit, nullam remonstrationem nullumque recursum intra tempus a lege praescriptum proposuit.
1. Non è richiesto in nessun luogo per la dimissione dei sodali che prima della procedura di dimissione si instauri un’altra procedura, come il “due process”, anche se nel diritto proprio può essere applicata per la soluzione dei conflitti che nascono nell’istituto religioso. Questa procedura non si può invocare nel caso di conflitto tra una suora e la Superiora generale e il suo consiglio, perché, tra l’altro, dalla decisione del gruppo di arbitri si dà ricorso alla stessa Moderatrice generale e al suo consiglio.
2. Il can. 697, n. 2 non stabilisce come debba esercitarsi la “piena facoltà di difendersi” e neppure la legge propria dell’istituto nel caso dà norme specifiche. Per la natura della cosa nel caso di dimissione di un religioso si richiede la possibilità concreta di conoscere le cause di dimissione – anche attraverso l’esame degli atti dai quali le cause si affermano che sono provate giuridicamente – e di rispondere alle stesse. Questa facoltà dev’essere esercitata legittimamente e non piuttosto per impedire la procedura. Il diritto di difesa deve essere infatti esercitato diligentemente, dal momento che la legge stabilisce lo spazio di almeno quindici giorni di tempo tra la prima e la seconda ammonizione e pure tra la seconda ammonizione e l’ulteriore prosieguo della procedura di dimissione. Non si dà diritto all’avvocato in questa fase della procedura, ma solo nel successivo ricorso gerarchico (can. 1738).
3. Non si sostiene una violazione del diritto di difesa per il fatto che al ricorrente non sia stato dato un esemplare degli atti, al quale non ha diritto (nel caso, al sodale è stata data la concreta possibilità di esaminare gli atti, ma se n’è voluto avvalere). Nell’esame del ricorso gerarchico non si richiede il contraddittorio come, per esempio nel processo giudiziale o nel processo amministrativo penale.
4. Nella prima ammonizione è stato presentato al sodale l’elenco delle prescrizioni che avrebbe dovuto osservare. Spesso si tratta di violazioni di obblighi in sé lievi ma che, considerati nell’insieme, costituiscono causa grave per la dimissione, ossia l’abituale negligenza degli obblighi della vita consacrata.
5. Ci possono essere malattie che comportano qualche difficoltà, ma questa condizione non scusa dall’adempimento degli obblighi fondamentali della vita religiosa (nel caso, è chiaro che il sodale è stato dimesso perciò che rifiutava di fare, non per ciò che non poteva fare).
6. Una illegittima assenza dalla casa può ridondare nella disobbedienza. Per questo non ha valore l’”intenzione di ritornare nell’istituto” forse, in futuro, oppure il tentativo tardivo di ritornare alla casa religiosa, senza l’espressa concomitante intenzione di recedere dalla disobbedienza in tutte le cose.
7. La negata esclaustrazione non può essere scusante della dimissione, se lo stesso sodale non ha proposto nessuna rimostranza e nessun ricorso entro il termine stabilito dalla legge avverso il decreto con il quale la domanda di esclaustrazione per un triennio fu respinta.

Auteur des arrêts (en latin) et de la traduction italienne : © G. Paolo Montini