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Rechtsprechung der Apostolischen Signatur über Verwaltungsstreitigkeiten
 
 

Oberster Gerichtshof der Apostolischen Signatur
Sententia definitiva vom 03.12.2005, Prot. N. 33236/02 CA


Kläger Rev.dus X
Belangte Partei Congregatio pro Clericis
Gegenstand Amotionis
coram Echevarría Rodríguez
Inhalt Non constat de violatione legis in procedendo.
Constat de violatione legis in decernendo.
Anmerkungen Cf. L’attività della Santa Sede 2005, p. 826.
Rechtsquellen 
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Legenda
 
Canones des CIC1983
Alle in den Entscheidungen (sowohl im Teil in iure als auch im Teil in facto) erwähnten Canones sind als Quellen angegeben.
In Fettschrift werden diejenigen Canones angezeigt, die den Hauptgegenstand der Entscheidung bilden oder zu denen die Entscheidung ein Auslegungsprinzip formuliert.
In Kursivschrift werden diejenigen Canones des CIC von 1983 angezeigt,
- die nicht im Text der Entscheidung genannt sind, mit denen sich die Entscheidung aber befasst;
- die denjeingen Canones des CIC1917 entsprechen, von denen die - vor 1983 gefällte - Entscheidung handelt.

Andere Quellen
Es werden alle Quellen angegeben, die im Text Entscheidung (in iure oder in facto) erwähnt sind.
CIC cann. 51; 193; 212 § 2; 485; 539; 563; 1373; 1390 § 2; 1504, n. 1; 1734; 1737 § 1; 1739; 1740; 1741; 1741, n. 1; 1741, n. 3; 1742-1745
PB art. 123 § 2
Leitsätze
1. Cum duo parochi, cum quibus Episcopus rem discutere debet, munus exerceant mere consultivum, a lege non praevidetur ut ipsi recusari possint, quodcumque iudicium sit de opportunitate eorum selectionis.
2. Etsi Episcopi dioecesani potestas amovendi parochos non limitetur causis taxativis, id tamen minime secumfert Episcopum ad amotionem procedere posse propter causam diversam a bono fidelium in relatione cum ministerio paroeciali. Procedura specifica statuta in cann. 1742-1745 regit modum agendi Superioris, ne decisio arbitraria fiat; observantia tamen procedurae non est per se sufficiens ad legitimitatem amotionis in tuto ponendam, cum necessaria sit causa quae ministerium reddit inefficax vel noxium.
3. Ad motivum amotionis de quo in can. 1741, n. 1 quod attinet, communio non est vagus quidam affectus, sed est unio spiritalis quae externe manifestatur sub formis iuridicis bene determinatis. Non frangitur communio quando mediis legitimis problemata manifestantur competenti auctoritati, etsi ex hoc sequi possit deminutio syntoniae vel personalis fiduciae. Defectus autem syntoniae non est causa sufficiens ad parochum amovendum (in casu causa perturbationis tribui non potest parocho amoto; epistolae recurrentis ad solum Ordinarium datae sunt sine ulla publicitate; eaedem exprimunt aperitionem animi recurrentis ad Episcopum, et nihil aliud constituunt quam exercitium iuris omnium fidelium manifestandi Pastoribus suas necessitates et sua optata [cf. can. 212, § 2]; praefatae epistolae non solum non nocent communioni, sed intendunt eam consolidare, quatenus competenti auctoritati patefaciunt, sine ulla damnosa evulgatione, problemata in communitate exsurgentia, eum in finem ut eadem solvi queant).
4. Ministerium parochi esse noxium vel inefficax dici nequit, si paulo ante amotionis decretum, post nempe visitationem pastoralem, agendi modus parochi ab Episcopo laudatus est (in casu notitiae et folia volatica non probant absolute parochum bonam famam amisisse coram paroeciae fidelibus [cf. can. 1741, n. 3]; nam adversabantur quoque Ordinario et parochum accusabant debilitatis in defendendis coram eodem Ordinario iuribus paroeciae).
5. Decisio exhibendi renuntiationem officio paroeciali post invitationem Episcopi debet libere ponderari ab eo qui officio fungitur; obvium est autem inoboedientiam invocari non posse ut causam amotionis postquam quis invitatus est ad renuntiandum muneri: hoc enim idem valeret ac negatio iuris quo quis gaudet ne ab officio amoveatur nisi ex causa iure statuta. Oboedientiae limites non transgreditur qui media adhibet a legislatore statuta ut in tuto ponatur ne amotio ab officio illegitime fiat. Si id ita non esset, rueret ab imis systema lege statutum relate ad recursus adversus actus auctoritatis ecclesiasticae.
6. Ut petitio de damnorum reparatione perpendi possit necesse est ut constet «quid petatur» (cf. can. 1504, n. 1). Recurrens exacte indicare debuisset qualia damna passus sit et qualem reparationem postulet (in casu petitio omnino generalis declarata est).
7. Damna ex illegitima amotione ab officio ecclesiastico derivantia trium specierum esse possunt: imprimis damnum morale propter privationem muneris ecclesialis quo amotus fungebatur, dein damnum ex laesione bonae famae, deinde damna oeconomica forte orta. Quoad primum difficile est statuere quanti sit habendum; quoad secundum, in casu non adfuit divulgatio notitiarum contra bonam famam recurrentis, adeo ut ipsa declaratio illegitimitatis amotionis possit sufficere ad hoc damnum reparandum; quoad tertium, recurrens fungi potuisset officio vicarii paroecialis ad quod nominatus fuerat et de facto munera sacerdotalia alibi exercuit.
8. Ad normam can. 485 Episcopus libere potest amovere ab aliquibus officiis quae specialem fiduciam personalem secumferunt, qualia sunt officia cancellarii et notarii. Quamquam «libere» non idem significat ac «arbitrarie», lex intendit ut Episcopus possit disponere de personis fungentibus his muneribus etiam propter difficultates mere personales.
1. Poiché i due parroci, con i quali il Vescovo deve discutere la cosa, esercitano un compito meramente consultivo, non è previsto dalla legge che possano essere ricusati, quale che sia il giudizio sulla opportunità della loro scelta.
2. Anche se la potestà del Vescovo diocesano di rimuovere i parroci non sia limitata a cause tassative, ciò tuttavia non comporta che il Vescovo possa procedere alla rimozione per una causa diversa dal bene dei fedeli in rapporto al ministero del parroco. La procedura specifica stabilita nei cann. 1742-1745 regge il modo di agire del Superiore perché la decisione non sia arbitraria; l’osservanza tuttavia della procedura non è per sé sufficiente a rendere certa la legittimità della rimozione, essendo necessaria una causa che renda il ministero inefficace o nocivo.
3. Quanto al motivo di rimozione di cui al can. 1741, n. 1, la comunione non è un certo vago sentimento, ma è l’unione spirituale che esternamente si manifesta con forme giuridiche ben determinate. Non si rompe la comunione quando con mezzi legittimi si manifestano i problemi alla competente autorità, anche se così potrebbe seguire una diminuzione della sintonia o della personale fiducia. La mancanza poi di sintonia non è causa sufficiente per rimuovere il parroco (nel caso la causa di turbamento non si può attribuire al parroco rimosso; le lettere del ricorrente sono state date solo all’Ordinario senza alcuna pubblicità; le medesime esprimono l’apertura d’animo del ricorrente verso il Vescovo e nient’altro costituiscono che un esercizio del diritto di tutti i fedeli di manifestare ai Pastori le proprie necessità e i propri desideri [cf. can. 212, § 2]; le menzionate lettere non solo non nuocciono alla comunione, ma intendono consolidarla, mentre manifestano alla competente autorità, senza alcuna dannosa divulgazione, i problemi che sorgono nella comunità per poterli risolvere).
4. Il ministero del parroco non si può dire nocivo o inefficace, se poco prima del decreto di rimozione, dopo appunto una visita pastorale, il modo di agire del parroco è stato lodato dal Vescovo (nel caso le notizie e i volantini non provano per nulla che il parroco avesse perso la buona fama di fronte ai fedeli della parrocchia [cf. can. 1741, n. 3]; infatti si opponevano anche all’Ordinario e accusavano il parroco di debolezza nel difendere i diritti della parrocchia di fronte allo stesso Ordinario).
5. La decisione di presentare rinuncia all’ufficio di parroco dopo l’invito del Vescovo deve essere liberamente ponderata da chi detiene l’ufficio; è poi ovvio che non si può invocare come causa di rimozione la disobbedienza dopo che qualcuno è stato invitato alla rinuncia all’ufficio: ciò infatti equivarrebbe alla negazione dei diritto del quale ognuno gode di non essere rimosso dall’ufficio se non per una causa stabilita dal diritto. Non oltrepassa i confini dell’obbedienza chi usa i mezzi che il legislatore stabilisce perché sia posto al sicuro da una rimozione illegittima. Se non fosse così, rovinerebbe dalle fondamenta il sistema stabilito dalla legge in relazione ai ricorsi avverso atti della autorità ecclesiastica.
6. Per poter prendere in considerazione la richiesta di riparazione dei danni è necessario che consti «ciò che è chiesto» (cf. can. 1504, n. 1). Il ricorrente avrebbe dovuto esattamente indicare quali danna abbia subito e quale riparazione chieda (nel caso la richiesta è stata dichiarata assolutamente generica).
7. I danni derivanti da una rimozione illegittima dall’ufficio ecclesiastico possono essere di tre specie: prima di tutto il danno morale per la privazione dell’ufficio ecclesiale che il rimosso deteneva, poi il danno per la lesione della buona fama, e poi i danni economici che siano sorti. Quanto al primo è difficile est stabilire la quantità; quanto al secondo, nel caso non ci fu divulgazione di notizie contro la buona fama del ricorrente così che la semplice dichiarazione della illegittimità della rimozione possa bastare a riparare il danno; quanto al terzo, il ricorrente avrebbe potuto esercitare l’ufficio di vicario parrocchiale al quale era stato nominato e di fatto esercitò altrove il ministero sacerdotale.
8. A norma del can. 485 il Vescovo può liberamente rimuovere da alcuni uffici che comportano una speciale fiducia personale, quali sono gli uffici di cancelliere e di notaio. Anche se «liberamente» non significa «arbitrariamente», la legge intende che il Vescovo possa disporre delle persone che esercitano questi uffici anche per semplici difficoltà personali.

Autor der Leitsätze (auf Latein) und der italienischen Übersetzung: © G. Paolo Montini

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