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Jurisprudence de la Signature Apostolique en matière contentieuse-administrative
 
 

Tribunal suprême de la Signature apostolique
Decretum definitivum du 29.02.2008, Prot. N. 37574/05 CA


Demandeur Rev.dus X
Défendeur Congregatio pro Clericis
Objet Amotionis a paroecia
coram Versaldi
Contenu Decretum Congressus non esse reformandum.
Notes Cf. L’attività della Santa Sede 2008, p. 614.
Sources 
?
Legenda
 
Canons du Code de 1983
Tous les canons qui se trovent dans les parties in iure et in facto des décisions sont rapportés dans les sources.
On indique en gras les canons qui font l’objet principal de la décision ou sur lesquels la décision pose un principe d’interprétation.
On indique en italique les canons du Code de 1983 :
- qui n’apparaissent pas dans le texte de la décision mais qui sont traités dans la décision ;
- qui correspondent aux canons du Code de 1917, dont la décision, antérieure à 1983, traite.

Autres sources
Toutes les sources qui se trouvent dans les parties in iure et in facto des décisions sont rapportées.
CIC cann. 1733 § 1; 1734 § 1; 1737; 1739; 1745, n. 2
PB art. 124, n. 2;  
Normae Speciales art. 116
Arrêts
1. Ratio praescripti can. 1734 sistit in eo quod Legislator lites in Ecclesia multiplicare non vult et controversias in loco componi desiderat, iuxta tenorem can. 1733 § 1.
2. Si, omissa petitione de qua in can. 1734, § 1, nihilominus recursus fit, Superior hierarchicus eum statim sine eius examine reicere vel iuxta praescriptum can. 1739 procedere potest.
3. Recursus a Signaturae Apostolicae Secretario in limine reici potest, si iam prima facie manifeste quocumque careat fundamento; contra hanc vero decisionem datur recursus ad Congressum, in quo, omnibus peragendis rite peractis, iuxta art. 116 Normarum Specialium, Praefectus decernit utrum recursus admittendus sit ad disceptationem an reicendus quia manifeste caret fundamento.
Etiam contra reiectionis decretum in Congressu latum datur recursus ad Collegium iudicans, cuius decisio, tamen, non est amplius impugnabilis.
4. Recursu hierarchico ob omissam remonstrationem reiecto, res nullo modo mutatur eo quod competens Curiae Romanae Dicasterium in eodem decreto addat decisionem impugnatam in merito iustam se retinere.
5. Haud relevat obiectio iuxta quam voluntas recurrentis sese decreto amotionis opponendi clarissima fuerit, etiamsi ipse petitionem revocationis vel emendationis Ordinario exhibendam omiserit. Nec valet ad rem institutum sic dictae “conversionis actus iuridici” invocare, iuxta quod “actus nullus converti potest in aliam figuram actus validi ‘quando di essa contenga i requisiti di sostanza e di forma (elemento oggettivo) e quando, avuto riguardo allo scopo perseguito dalla parte o dalle parti, debba ritenersi che essa, o esse, lo avrebbero voluto, se avessero conosciuto la nullità’ (elemento soggettivo)’”. Nam haec argumentatio non est ad rem, quia nullo modo recursus hierarchicus, iuridice invalidus, in casu converti potest in figuram actus validi, nempe in petitionem Ordinario faciendam. Uti patet, finis remonstrationis ad auctorem decreti impugnati est compositio in loco, non autem simplex manifestatio voluntatis sese opponendi ex parte recurrentis.
6. Nullo insuper modo alterum Ordinarii decretum amotionis considerari potest uti negativa responsio ad omissam remonstrationem, eo scilicet quod ratio iterationis decreti fuit infirmitas parochi tempore primi decreti, non autem eius oppositio adversus decretum antecedens.
7. Recte in decreto Congressus adnotatur nec documenta medica a recurrente post primum decretum amotionis exhibita nec recursum hierarchicum tamquam speciem remonstrationis neque reiterationem decreti ex parte Ordinarii tamquam speciem reiectionis eiusdem haberi posse.
8. Quoad alteram convocationem duorum parochorum ante decretum amotionis ex parte Ordinarii omissam, tenendum est declarationem invaliditatis actus iuridici tantum pertinere ad auctoritatem competentem (in casu competens Curiae Romanae Dicasterium in decreto nihil statuit de praesumpta invaliditate decreti amotionis, quin immo confirmavit rationes Ordinarii ad parochum amovendum).
1. La ratio del prescritto del can. 1734 sta nel fatto che il Legislatore non vuole moltiplicare le liti nella Chiesa e desidera comporre le controversie in loco, secondo il tenore del can. 1733 § 1.
2. Se, omessa la domanda di cui al can. 1734, § 1, si fa ugualmente ricorso, il Superiore gerarchico può rigettarlo immediatamente senza sottoporlo ad esame oppure può procedere secondo il prescritto del can. 1739.
3. Il ricorso può essere rigettato in limine dal Segretario della Segnatura Apostolica se già di primo acchito manchi manifestamente di qualsiasi fondamento; contro questa decisione si dà poi ricorso al Congresso, nel quale, debitamente compiuto tutto quanto dev’essere fatto secondo l’art. 116 delle Norme Speciali, il Prefetto decide se il ricorso deve essere ammesso alla discussione oppure debba essere rigettato in quanto manifestamente carente di fondamento. Anche contro il decreto di rigetto emesso in Congresso si dà ricorso al Collegio giudicante, la cui decisione tuttavia non è più ulteriormente impugnabile.
4. Rigettato il ricorso gerarchico per omessa rimostranza, la cosa non cambia per il fatto che il competente Dicastero della Curia Romana nello stesso decreto aggiunga di ritenere che la decisione impugnata sia nel merito giusta.
5. Non rileva l’obiezione secondo la quale la volontà del ricorrente di opporsi al decreto sia stata chiarissima, anche se egli abbia omesso di esibire all’Ordinario la domanda di revocazione o emendamento. Né vale nel caso invocare l’istituto della cosiddetta “conversione dell’atto giuridico” invocare, secondo il quale “un atto nullo si può convertire in un’altra figura di atto valido ‘quando di essa contenga i requisiti di sostanza e di forma (elemento oggettivo) e quando, avuto riguardo allo scopo perseguito dalla parte o dalle parti, debba ritenersi che essa, o esse, lo avrebbero voluto, se avessero conosciuto la nullità (elemento soggettivo)’”. Questa argomentazione, infatti, non è pertinente, perché il ricorso gerarchico, giuridicamente invalido, non può in alcun modo nel caso convertirsi nella figura di un atto valido, ossia nella domanda da porre all’Ordinario. Come è chiaro, il fine della rimostranza all’autore del decreto impugnato è la composizione in loco, non invece la semplice manifestazione della volontà di opporsi della parte ricorrente.
6. In nessun modo inoltre il secondo decreto dell’Ordinario, di rimozione, può essere considerato come la risposta negativa alla omessa rimostranza, per il fatto naturalmente che la ragione della ripetizione del decreto è stata la malattia del parroco al momento del primo decreto, non invece la sua opposizione al primo decreto di rimozione.
7. Nel decreto del Congresso si osserva correttamente che anche i documenti medici esibiti dal ricorrente dopo il primo decreto di rimozione e il ricorso gerarchico si possono considerare come specie di una rimostranza, e neppure la reiterazione del decreto da parte dell’Ordinario si può ritenere una specie di rigetto della medesima.
8. Quanto all’omessa seconda convocazione dei due parroci prima del decreto di rimozione da parte dell’Ordinario, si deve tenere che la dichiarazione di invalidità di un atto giuridico appartiene solamente all’autorità competente (nel caso il competente Dicastero della Curia Romana nel decreto non ha stabilito alcunché sulla presunta invalidità del decreto di rimozione, avendo anzi confermato le ragioni dell’Ordinario a favore della rimozione del parroco).

Auteur des arrêts (en latin) et de la traduction italienne : © G. Paolo Montini