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Jurisprudence de la Signature Apostolique en matière contentieuse-administrative
 
 

Tribunal suprême de la Signature apostolique
Sententia definitiva du 08.05.1976, Prot. N. 6049/74 CA


Demandeur Rev.dus X
Défendeur S. Congregatio pro Religiosis et Institutis Saecularibus
Diocèse Erzegovina
Objet Dimissionis
coram Staffa
Publication LE V. n. 4448
A. Figliuzzi, Il contenzioso amministrativo relativo ai religiosi prima del CIC 1983. Analisi delle sentenze e indirizzi giurisprudenziali, Romae 2024, 387-406
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Traductions it., A. Figliuzzi, Il contenzioso amministrativo relativo ai religiosi prima del CIC 1983. Analisi delle sentenze e indirizzi giurisprudenziali, Romae 2024, 387-406.
Contenu Controversia soluta est ad normam art. 107 REU.
Sources 
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Legenda
 
Canons du Code de 1983
Tous les canons qui se trovent dans les parties in iure et in facto des décisions sont rapportés dans les sources.
On indique en gras les canons qui font l’objet principal de la décision ou sur lesquels la décision pose un principe d’interprétation.
On indique en italique les canons du Code de 1983 :
- qui n’apparaissent pas dans le texte de la décision mais qui sont traités dans la décision ;
- qui correspondent aux canons du Code de 1917, dont la décision, antérieure à 1983, traite.

Autres sources
Toutes les sources qui se trouvent dans les parties in iure et in facto des décisions sont rapportées.
[CIC1917] 46; 644 § 1; 644 § 2; 644 § 3; 659-662; 1625; 2385; 2386
REU art. 107;  
Arrêts
1. Nullibi praescriptum est ut Superior semper et necessario manifestare debeat suis subditis motiva praeceptorum. Expedit, in genere, ut Superior rationes praecipiendi exprimat; at expedire etiam potest, et forsitan saepe, ut Superior motiva subdito non pandeat. Hoc pendet a Superioris prudentia. Omissio proinde motivorum allegari nequit ad minuendam imputabilitatem moralem inoboedientiae.
2. Petitio indulti exclaustrationis allegari pariter nequit ad inoboedientiam legitimandam; nam religiosus non habet ius ad exclaustrationem, neque petitio exclaustrationis suspendit potestatem Superiorum praecipiendi.
3. Rescriptum competentis Curiae Romanae Dicasterii quod urgeat solutionem casus per distinctionem: “orator aut suis Superioribus oboediat, aut Episcopum benevolum
sibi inveniat”, nullo modo decisionem subtrahit a potestate Superiorum, quorum actus proinde non videtur ex hoc illegitimus.
4. Ut dimissionis decretum valeat, non requiritur ut omnes causae motivae sint veritati conformes (in casu etsi religiosus apostata dicendus non sit, nihilominus, ut in ipso decreto dicitur, religiosae oboedientiae se subtraxit et ita iustam dedit causam dimissioni). Hoc non obstante dimissionis decretum non sustineri dicendum est: nam clausula “non sustineri” non indicat nullitatem intrinsecam (analoga clausula invenitur in can. 46), sed eius gravem iniustitiam (in casu religiosus, quippe qui apostata non est, iuxta decretum dimissus est ob specificum delictum apostasiae et in ipso vis decreti innititur). Dum tamen in casu apostasiae a religione sufficit declaratio facti (sicut pro delictis recensitis in can. 646), in casu triplicis delicti (inoboedientiae, in casu) cum duplici monitione et decreto dimissionis, processus communis requiritur.
5. Primum requisitum ad apostasiam a religione est ut religiosus derelinquat religionem seu Ordinem et egrediatur a qualibet domo religiosa, saltem propriae religionis. Ergo dum religiosus manet in aliqua domo religiosa propriae religionis et remanere vult in Ordine seu religione, non est apostata a religione, cum «egressus e domo religiosa» non sit intellegendus de determinata domo religiosa, sed de domo religiosa qualibet, et consequenter animus non redeundi sit animus non redeundi ad religionem, et adhuc animus non redeundi seu se subtrahendi ab obedientia Superiorum religionis, intelligendus est non de determinata domo et de determinato Superiore, sed de ipsa religione eiusque Superioribus (in casu religiosus confugerat ad aliam domum eiusdem instituti).
1. Non è prescritto in alcun luogo che il Superiore debba sempre e necessariamente manifestare a suoi sudditi i motivi dei precetti. Generalmente conviene che il Superiore esprima le ragioni dei suoi ordini; ma può anche convenire, e forse spesso, che il Superiore non li manifesti al suddito. Dipende dalla prudenza dei Superiori. Pertanto la omissione dei motivi non può essere allegata per diminuire l’imputabilità morale della disobbedienza.
2. Allo stesso modo l’aver chiesto l’indulto di esclaustrazione non può essere allegato per legittimare la disobbedienza; un religioso, infatti, non ha diritto all’esclaustrazione e la domanda dell’esclaustrazione non sospende la potestà dei Superiori di comandare.
3. Il rescritto del competente Dicastero della Curia Romana, che urga la soluzione di un caso attraverso la alternativa «l’oratore o obbedisca ai suoi Superiori, o si trovi un Vescovo benevolo», non sottrae in alcun modo la decisione dalla potestà dei Superiori, il cui atto quindi non risulta per questo illegittimo.
4. Perché un decreto di dimissione sia valido, non si richiede che tutte le causa motive siano conformi alla verità (nel caso anche se il religioso non si possa definire apostata, tuttavia, come si dice nello stesso decreto, si è sottratto alla obbedienza religiosa e così ha dato una giusta causa per la dimissione). Ciononostante il decreto di dimissione si deve che non si sostiene: infatti la clausola “non si sostiene” non indica la nullità intrinseca (un’analoga clausola si trova nel can. 46), ma la sua grave ingiustizia (nel caso un religioso, che certo non è apostata, secondo il decreto è stato dimesso per lo specifico delitto di apostasia e nello stesso delitto la forza del decreto si fonda). Tuttavia mentre nel caso di apostasia dalla religione è sufficiente la dichiarazione del fatto (come per i delitti di cui al can. 646), nel caso di triplice delitto (di disobbedienza, nel caso) con la duplice ammonizione e il decreto di dimissione, si richiede la procedura comune.
5. Per l’apostasia dalla religione il primo requisito è che il religioso abbandoni la religione o l’Ordine e si allontani da qualsiasi casa religiosa, della propria religione almeno. Pertanto finché il religioso rimane in una qualche casa religiosa della propria religione e intende rimanere nell’Ordine o religione, non è apostata dalla religione, poiché la locuzione «uscito dalla casa religiosa» non è da interpretare da una determinata casa religiosa, ma da qualsiasi casa religiosa, e di conseguenza la intenzione di non ritornare è l’intenzione di non ritornare in religione, e ancora l’intenzione di non ritornare ossia di sottrarsi all’obbedienza dei Superiori della religione, è da interpretare non di una determinata casa e di un determinato Superiore, ma della religione stessa e dei suoi Superiori (nel caso il religioso si era rifugiato in un’altra casa dello stesso istituto).

Auteur des arrêts (en latin) et de la traduction italienne : © G. Paolo Montini