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Giurisprudenza della Segnatura Apostolica in materia contenzioso-amministrativa
 
 

Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica
Decretum definitivum del 30.04.2005, Prot. N. 34180/02 CA


Parte attrice Rev.dus X
Parte convenuta Congregatio pro Clericis
Oggetto Promotionis ad sacrum presbyteratus ordinem
coram Echevarría Rodríguez
Contenuto Decretum Congressus non est reformandum.
Note Cf. L’attività della Santa Sede 2005, p. 825.
Fonti 
?
Legenda
 
Canoni del Codice 1983
Sono riportati nelle fonti tutti i canoni che si leggono nella parte in iure e nella parte in facto delle decisioni.
Sono riportati in grassetto i canoni che costituiscono l’oggetto principale della decisione o sui quali la decisione enuncia un principio di interpretazione.
Sono riportati in corsivo i canoni del Codice 1983, che
- non appaiono nel testo della decisione ma dei quali la decisione tratta;
- sono corrispondenti a canoni del Codice 1917, de quali la decisione, anteriore al 1983, tratta.

Altre fonti
Sono riportate tutte le fonti che si leggono nella parte in iure e nella parte in facto delle decisioni.
CIC cann. 15 § 2; 195; 201 § 2; 263; 281 § 1; 281 § 2; 281 § 3; 700; 1025 § 1; 1029; 1030; 1274 § 1; 1350 § 1; 1465 § 1
Massime
1. Ad effectus can. 201, § 2 quod attinet, ignorantia legis non praesumitur (cf. can. 15, § 2). Praeterea in processu canonico «”fatalia legis” quae dicuntur, id est termini perimendis iuribus lege constituti, prorogari non possunt, neque valide, nisi petentibus partibus, coarctari» (can. 1465, § 1). Quae legalia praescripta in tuto ponunt firmitatem et certitudinem actuum.
1. Per gli effetti di cui al can. 201, § 2, l’ignoranza della legge non si presume (cf. can. 15, § 2). Inoltre nel processo canonico «i così detti “fatalia legis”, cioè i termini costituiti dalla legge per la perenzione dei diritti, non possono essere prorogati, né possono essere validamente ridotti se non lo richiedano le parti» (can. 1465, § 1). Questi prescritti di legge pongono al sicuro la stabilità e la certezza degli atti.
2. Via aequitatis in supputandis terminis, ita ut recursus interpositus habeatur intra tempus unius mensis ex quo notitia habita est de competentis Curiae Romanae Dicasterii responsionis practica inefficacitate, ob eius defectum exsecutionis ex parte Ordinarii, percurri nequit; nam non est in Iudicum potestate dispensare a terminis peremptoriis ipsa lege statutis (cf. can. 1465, § 1).
2. Non si può percorrere una via di equità nel computo dei termini, così che il ricorso si ritenga interposto entro il tempo di un mese da quando si è avuto notizia della pratica inefficacia della risposta del competente Dicastero della Curia Romana a causa della mancata esecuzione da parte dell’Ordinario; non è in potere dei giudici, infatti, dispensare dai termini perentori stabiliti dalla stessa legge (cf. can. 1465, § 1).
3. Dato et non concesso quod via aequitatis in supputandis terminis percurri potuisset ratione gravium consectariorum quae ex reiectione recursus derivarentur, nulla in casu iniustitia propter denegatam ordinationem, subordinate consideratam, constat.
3. Dato et non concesso che si fosse potuta seguire una via equitativa nel computo dei termini a ragione delle gravi conseguenze che dal rigetto del ricorso sarebbero derivate, nel caso non consta di alcuna ingiustizia per la negata ordinazione, subordinate considerata.
4. Causae canonicae de quibus in can. 1030, illae sunt quae respiciunt idoneitatem candidatorum, qui nempe «integram habent fidem, recta moventur intentione, debita pollent scientia, bona gaudent existimatione, integris moribus probatisque virtutibus atque aliis qualitatibus physicis et psychicis ordini recipiendo congruentibus sunt praediti» (can. 1029). Spectat igitur ad Episcopum proprium qualitates ponderare ad recipiendum ordinem sacrum requisitas atque, si casus ferat, diacono ad presbyteratum destinato ex causa canonica ascensum ad presbyteratum interdicere.
4. Le cause canoniche di cui al can. 1030 sono quelle che riguardano l’idoneità dei candidati, ossia che «hanno fede integra, sono mossi da retta intenzione, posseggono la scienza debita, godono di buona stima, sono di integri costumi e di provate virtù e sono dotati di tutte quelle altre qualità fisiche e psichiche congruenti con l’ordine che deve essere ricevuto» (can. 1029). Spetta quindi al Vescovo proprio valutare le qualità richieste per ricevere l’ordine sacro e, se del caso, impedire l’accesso al presbiterato al diacono destinato al presbiterato per una causa canonica.
5. Denegatio ordinationis presbyteralis tunc tantum esset illegitima, cum proveniret ex arbitrio vel ex dubio non rationabili; nam quoad diaconos ad presbyteratum destinatos proprius Episcopus ex causa canonica, licet occulta, iudicium antea de eorum idoneitate datum revocare potest (cf. can. 1030): in casu adsunt elementa sufficientia ut Episcopus positive dubitet de integritate morali requisita ad ordinationem presbyteralem diaconi.
5. La negazione dell’ordinazione presbiterale sarebbe illegittima solo qualora provenisse da una scelta arbitraria o da un dubbio non ragionevole; infatti per i diaconi destinati al presbiterato il proprio Vescovo per una causa canonica anche occulta può revocare il giudizio di idoneità dato in precedenza (cf. can. 1030): nel caso ci sono sufficienti elementi perché il Vescovo dubiti positivamente dell’integrità morale richiesta per l’ordinazione presbiterale del diacono.
6. Prae oculis habita oeconomica definita ordinatione Ecclesiae dioecesanae (clerici nullam remunerationem recipiunt nisi a paroeciis in quibus ministerium aliquod exerceant), recurrens, cum ministerio ecclesiastico ob gravem rationem non sese dedicet, remunerationem non meretur, ad normam can. 281, § 1, sed Ordinarius, dum recurrens per receptum diaconatum tamquam clericus illi dioecesi incardinatus sit, necessitatibus eius vitae providere debet, nisi iam aliunde provideatur.6. Considerata la regolazione economica della Chiesa diocesana (i chierici non ricevono altra remunerazione se non dalle parrocchie nelle quali esercitino un qualche ministero), il ricorrente, dal momento che non si dedichi al ministero ecclesiastico per una grave ragione, non ha diritto alla remunerazione a norma del can. 281, § 1, ma l’Ordinario, per il fatto che il ricorrente sia incardinato nella diocesi come chierico attraverso il diaconato, deve provvedere alle sua necessità di vita, a meno che non vi si provveda da altre fonti.

Autore delle massime in lingua latina e della traduzione in lingua italiana: © G. Paolo Montini