Università Facoltà di Diritto Canonico www.iuscangreg.itCIC/1983CCEODiritto vigenteFonti storicheGiurisprudenza STSAAccordi internazionaliSiti webLetteraturaBibliografia canonisticaMotori di ricercaLinklistMappa sitoDocentiNostri maestri
Giurisprudenza della Segnatura Apostolica in materia contenzioso-amministrativa
 
 

Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica
Sententia definitiva del 14.12.1974, Prot. N. 2119/71 CA


Parte attrice Rev.da X
Parte convenuta S. Congregatio pro Religiosis et Institutis Saecularibus
Diocesi Caven. seu Sarnen.
Oggetto Depositionis
coram Traglia
Pubblicazione P.V. Pinto, Diritto amministrativo canonico, 438-446
P.V. Pinto, La giustizia amministrativa, 310-321
Download
Contenuto Non constat de violatione legis in procedendo vel in decernendo.
Fonti 
?
Legenda
 
Canoni del Codice 1983
Sono riportati nelle fonti tutti i canoni che si leggono nella parte in iure e nella parte in facto delle decisioni.
Sono riportati in grassetto i canoni che costituiscono l’oggetto principale della decisione o sui quali la decisione enuncia un principio di interpretazione.
Sono riportati in corsivo i canoni del Codice 1983, che
- non appaiono nel testo della decisione ma dei quali la decisione tratta;
- sono corrispondenti a canoni del Codice 1917, de quali la decisione, anteriore al 1983, tratta.

Altre fonti
Sono riportate tutte le fonti che si leggono nella parte in iure e nella parte in facto delle decisioni.
[CIC/1917] 184; 188; 192 § 3; 618 § 2; 619; 2141 § 1; 2355; 2396; 2398
Massime
1. Renuntiatio est libera officii abdicatio a titulari facta et a Superiore competente acceptata. Ne renuntiatio expressa cedat in damnum titularis, disciplinae ecclesiasticae vel animarum, can. 184 exigit: ut titularis sit sui compos; ut renuntiatio non sit titulari interdicta iure communi vel particulari; ut habeatur iusta et proportionata causa; ut libere fiat; ut fiat absque simonia; ut fiat forma praescripta, i.e. scripto vel coram duobus testibus; ut fiat competenti Superiori; ut a Superiore acceptetur (in casu renuntiatio Consiliariarum generalium ab Ordinario loci petita atque obtenta, acceptata non fuit nec a competenti Curiae Romanae Dicasterio acceptata).
1. La rinuncia è la libera abdicazione dell’ufficio fatta dal titolare e accettata dal Superiore competente accettata. Affinché la rinuncia espressa ricada a danno del titolare, della disciplina ecclesiastica o delle anime, il can. 184 richiede che: il titolare sia responsabile dei suoi atti; la rinuncia non sia proibita al titolare per diritto comune o particolare; vi sia una causa giusta e proporzionata; sia libera; avvenga senza simonia; sia fatta nella forma prescritta, cioè per iscritto o di fronte a due testimoni; sia presentata al Superiore competente; sia accettata dal Superiore (nel caso la rinuncia delle Consigliere generali sollecitata dall’Ordinario del luogo e ottenuta, non fu accettata e neppure fu accettata dal competente Dicastero della Curia Romana).
2. Privatio est actus Superioris quo titularis officio ecclesiastico privatur etiam invitus, iusta tamen de causa. Privatio incurritur ipso iure, i. e. facto ipso a titulari posito (cf. cann. 188, nn. 4-8, 2396, 2398). Ceteris in casibus privatio officii venit ab homine, nempe ex facto legitimi Superioris. Ratione modi procedendi, privatio officii est administrativa, si Superior competens procedit de plano, vel si agatur de officiis inamovibilibus aut paroecialibus, mediante processu administrativo; iudicialis, si offici privatio fieri debet mediante processu stricte dicto. Ratione causae, privatio officii est oeconomica si fit etiam citra titularis delictum vel culpam, quia sive bonum animarum vel officii, sive bonum spirituale aut bona fama titularis exigit ut officio privetur; poenalis, quae scilicet supponit delictum ex parte titularis, quod delictum secumfert ipso iure officii privationem, vel est causa sufficiens ut iudex decernat officii privationem. Privatio iudicialis et poenalis est privatio proprie dicta, privatio vero administrativa et oeconomica dicitur amotio.
2. La privazione è atto del Superiore con il quale il titolare è privato dell’ufficio ecclesiastico anche contro la sua volontà, però per giusta causa. Si incorre nella privazione ipso iure, cioè per un semplice atto posto dal titolare (cf. cann. 188, nn. 4-8, 2396, 2398). Nei rimanenti casi la privazione dell’ufficio proviene ab homine, ossia per un fatto del legittimo Superiore. In base alla procedura, la privazione dell’ufficio è amministrativa se il Superiore competente procede de plano, o se si tratta di uffici inamovibili o parrocchiali, mediante procedura amministrativa; è giudiziale, se la privazione dell’ufficio avviene mediante processo strettamente detto. In base alla causa, la privazione dell’ufficio è economica se avviene prescindendo dal delitto o dalla colpa del titolare, perché il bene delle anime o dell’ufficio, o il bene sprituale o la buona fama del titolare richiede che sia privato dell’ufficio; penale, ossia se suppone un delitto da parte del titolare, delitto che comporta automaticamente la privazione dell’ufficio, o costituisce causa sufficiente perché il giudice decida la privazione dell’ufficio. La privazione giudiziale e penale è la privazione propriamente detta, la privazione invece amministrativa e economica si denomina rimozione.
3. Codex leges speciales de privatione officiorum religiosorum nullas habet, et non est dubium quin leges de officiis ecclesiasticis in genere deque eorum amotione pro officiis in religionibus valeant, nisi aliud constet. Saepius tamen ubi de officiis religiosis agatur, ius particulare suas normas habet, quin tamen Constitutiones de amotione Superioris generalis agere valeant, haec enim ad supremam auctoritatem pertinet.
3. Il Codice non ha leggi speciali che concernono la privazione degli uffici dei religiosi e non c’è dubbio che le leggi sugli uffici ecclesiastici in genere e la loro rimozione valga per gli uffici dei religiosi, a meno che non consti altro. Alquanto spesso tuttavia in materia di uffici dei religiosi il diritto particolare possiede norme proprie, senza però che le Costituzioni possano riguardare la rimozione del Superiore generale, che di fatti compete alla suprema autorità.
4. Quemadmodum Episcopus nullum procedendi modum in amotione administrativa decernenda sequi tenetur, ita et modus seu procedura a competenti Curiae Romanae Dicasterio adhibenda nulla praescribitur, sed Ordo servandus anni 1908 praescribit: «In causis apud Sacras Congregationes administrationis seu disciplinae tramite agitandis, remota litis contestatione, exclusa auditione testium nullisque scriptis patronorum receptis habebitur quaestio; audientur tamen semper partes quorum interest, ab iisque producta documenta excutiuntur» (pars altera, cap. III, n. 7).
4. Come il Vescovo non è tenuto a seguire alcuna procedura nel decidere la rimozione amministrativa, così non si prescrive alcuna procedura che il competente Dicastero della Curia Romana debba adoperare, ma l’Ordo servandus del 1908 prescrive: «Nelle cause da trattare in modo amministrativo o disciplinare presso le Sacre Congregazioni, si affronterà la questione tralasciata la contestazione della lite, esclusa l’audizione di testi e senza ricevere alcuno scritto di patroni; si ascolteranno però sempre le parti interessate e si esaminano i documenti presentati dalle stesse» (pars altera, cap. III, n. 7).
5. Iusta et sufficiens causa ad Superiorem religiosum amovendum haud inepta analogia ex amotione parochorum sumi valet, scilicet causa «quae ipsius ministerium,
etiam citra gravem suam culpam, noxium aut saltem inefficax reddit» (can. 2141,
§ l). Itaque, Superior cuius regimen in detrimentum Religionis vertit, sorores a sororibus dividit, et praesertim quae decretis Sanctae Sedis aliorumque Superiorum legitimorum subiacere renuit et malum exemplum filiabus praebet, iuste ab officio amoveri potest.
5. Causa giusta e sufficiente per rimuovere un Superiore religioso si può assumere per non errata analogia dalla rimozione dei parroci, ossia la causa «che rende il suo ministero, anche senza sua colpa grave, dannoso o almeno inefficace» (can. 2141, § l). Così può essere giustamente rimosso dall’ufficio il Superiore, il cui governo si volge a danno dell’istituto, divide le sorelle, e soprattutto rifiuta di sottomettersi alle decisioni della Santa Sede e degli altri legittimi Superiori e dà cattivo esempio alle figlie.
6. Adversus decretum quo titularis ab officio amovetur interponi potest recursus sive hierarchicus seu ad Superiorem maiorem usque ad Dicasteria Curiae Romanae, sive iurisdictionalis ad Sectionem Alteram Signaturae Apostolicae. Recursus hic iurisdictionalis legem decisione competentis Curiae Romanae Dicasterii violatam esse supponit.
6. Avverso il decreto con il quale il titolare è rimosso dall’ufficio si può proporre ricorso gerarchico, ossia al Superiore maggiore fino ai Dicasteri della Curia Romana, o giurisdizionale alla seconda Sezione della Segnatura Apostolica. Questo ricorso giurisdizionale suppone che una legge sia stata violata dalla decisione del competente Dicastero della Curia Romana.
7. Cum in amotione decernenda nihil aliud requiratur nisi iusta causa proportionata, quae esse potest sive ex parte officii, instituti vel religionis, sive ex parte ipsius titularis, etiam citra delictum vel culpam, provisio «ad maius bonum eiusdem Congregationis promovendum» legitima censenda est (in casu agitur de amotione oeconomica, quae fit etiam citra titularis delictum vel culpam, propter gubernium ineptum vel nocivum).
7. Dal momento che nella rimozione non si richieda null’altro che una giusta e proporzionata causa, che può provenire dall’ufficio, dall’istituto o dalla religione, o dallo stesso titolare, anche senza che vi sia delitto o colpa, si deve ritenere legittimo il provvedimento preso «per il maggior bene della stessa Congregazione» (nel caso si tratta di rimozione economica, senza delitto o colpa del titolare, a motivo di governo inadatto o dannoso).
8. Leviter de decreto competentis Curiae Romanae Dicasterii iudicare non licet, quae diuturna experientia ea quae religiosis institutis prosint comperta habet et potestate sua «in aedificationem et non in destructionem» utitur. Facta decisio praesumitur rite facta, iustitiae congrua, bono communi et singulorum, quatenus fieri possit, apta.
8. Non è lecito giudicare con leggerezza un decreto del competente Dicastero della Curia Romana, che per lunga esperienza conosce ciò che giova agli istituti religiosi e usa della sua potestà «per edificare e non per distruggere. Presa una decisione, si presume debitamente presa, conforme a giustizia e adatta, per quanto è possibile, al bene comune e dei singoli.

Autore delle massime in lingua latina e della traduzione in lingua italiana: © G. Paolo Montini